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Eritrea

Cenni storici

Il Mar Rosso aveva un’importanza molto limitata prima del taglio dell’istmo che univa l’Africa all’Asia. Il progetto iniziale per quello che sarebbe diventato il canale di Suez era dell’italiano ing. Negrelli. I lavori iniziarono il 29 aprile 1859 e terminarono il 17 novembre 1869, nonostante gli impedimenti di ogni genere che gli Inglesi misero in atto contro l’esecutore del progetto il francese De Lesseps. L’imperatrice Eugenia di Francia inaugurò il canale il 17 novembre 1869. La stampa inglese di allora ne diede notizia solo molte settimane dopo.
Nel 1861 Nino Bixio, alla Camera dei Deputati, aveva dichiarato a gran voce l’utilità per l’Italia, appena fatta, di avere un porto nel Mar Rosso dopo l’apertura del canale di Suez, indicando proprio Assab.
Giuseppe Sapeto, ex lazzarista, viene incaricato dal nostro Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio di verificare sulla costa africana le conseguenze dell’apertura del canale. Il Sapeto torna in patria e convince Vittorio Emanuele II e l’allora primo ministro, conte Menabrea, ad inviare una spedizione nel Mar Rosso. L’incarico viene affidato a questo ex religioso, ad un contrammiraglio in borghese e ad un uomo di mare, il Rubattino, come dire un Costa di oggi.
Da parte di tutte le nazioni si era scatenata in quell’epoca una corsa frenetica al controllo dei più sperduti angoli della terra, con azioni molto spesso sanguinose e ripugnanti come quelle cui aveva fatto ricorso l’Inghilterra in Tasmania, Nuova Zelanda, India e Sud Africa: praticamente si assale, si saccheggia, si rapina con mani avide, si sterminano popolazioni come gli Indiani d’America.
La spedizione arriva nel Mar Rosso e constata che non c’è più un porto, un ancoraggio libero: gli Egiziani si erano insediati nel nord, gli Inglesi avevano steso la mano protettrice nel Sudan, la Francia controllava il sud. Rimaneva solo Assab, una bella baia riparata, quasi all’imbocco dello stretto di Bab el Mandeb (la porta del pianto) che univa il biblico Mar Rosso all’immenso e misterioso Oceano Indiano.
La sovranità di quella baia  è di due capi villaggi, Hassan e Ibrahim, figli di un sultano dell’interno Hassan. Si tratta, si fa un regolare contratto e si conclude per seimila talleri di Maria Teresa, moneta portata lì qualche secolo prima dai Veneziani.
L’acquisto è per un terreno di sei chilometri per sei, si versa una caparra di 250 talleri e l’11 marzo del 1870 si salda il conto. L’affare costò in tutto lire 104.500: ai sultani lire 41.200, al Rubattino per rimborso spese lire 51.300, al Sapeto per competenze lire 12.000; la somma fu addebitata ai Ministeri dell’Interno, della Marina, dei Lavori Pubblici, dell’Agricoltura e degli Esteri. A bordo del piroscafo “Africa” si festeggia l’avvenimento con una cassa di vino d’Asti e una rupia a ciascuno dei marinai. Poiché le navi di allora andavano a carbone, si crea un deposito a tale scopo.
Alla compagnia Rubattino subentra nel 1882 la sovranità dell’Italia: è l’inizio di quella che in seguito diventerà la colonia primogenita, l’ERITREA.
Intanto nel Sudan i dervisci danno inizio alla guerra santa contro gli Inglesi, il generale Gordon è assediato a Kartoum, l’Inghilterra suggerisce all’Italia l’occupazione provvisoria di Massaua per creare un altro fronte.
Il 19 gennaio 1885 parte da Napoli, in gran segreto, una spedizione la cui meta avrebbe dovuto essere Assab. Il Colonnello Saletta conte Tancredi, torinese, è al comando di 807 uomini, 38 ufficiali, quattro compagnie di bersaglieri, una di artiglieria, zappatori e sussistenza; gli ufficiali sono piemontesi, il resto della truppa, soldati di leva tirati a sorte, è composto da Siciliani e Calabresi. I soldati vengono imbarcati sul “Garibaldi”, l’ammiraglia è la corazzata “Principe Amedeo”, scortata dagli incrociatori “Vespucci” e “Castelfidardo” e dalle torpediniere “Messaggero” e “Vedetta”.
La sera del 4 febbraio la spedizione arriva nella rada di Massaua, città occupata nel 1557 dai Turchi e passata dopo circa tre secoli al Kedivato egiziano.
Il giorno seguente la guarnizione egiziana, forte di 400 uomini, si arrende senza sparare un colpo e a Taulud sventola il tricolore sul palazzo del governatore.
Il colonnello Saletta arruola gli irregolari che erano stati al servizio degli Egiziani, i così chiamati basci buzuk (teste matte). E’ l’atto di nascita delle truppe indigene, quelli che si chiameranno “Ascari” dall’arabo askaru, soldato, quegli ascari fedeli all’Italia che tanta parte e peso hanno avuto nelle vicende coloniali italiane.
Nel 1887 il generale Asinari di San Marzano crea due battaglioni detti “Halai”; il 3 ottobre dello stesso anno il generale Antonio Baldissera ne crea altri due, tra cui il 4° battaglione che nel 1894 passa al comando del medesimo generale; si tratta dei famosi “Indigeni d’Africa”, battaglione distrutto sull’Amba Alagi nel 1896 e ricostituito con il nome di “4° Toselli”.
L’uniforme degli ascari sarà caratterizzata da una fascia nera e dal tarbusc o fez (una sorta di copricapo a forma di cono tronco), sormontato da un fiocco anch’esso nero in onore dell’eroico Toselli.
Questo battaglione si distinse nel 1913 in Libia, nel 1935 durante la guerra per l’occupazione dell’Etiopia e in altri episodi salienti della seconda guerra mondiale. Per un ascaro far parte di questo battaglione era come per un attuale soldato italiano far parte della Folgore: gli ascari chiamavano il Toselli l’ambesà, il leone. Il glorioso battaglione si sciolse nel 1941, con l’occupazione dell’Eritrea da parte degli Inglesi.
Occupata Massaua si procede subito ad occupare la terra ferma: Moncullo, Dogali e Saati, un fortino egiziano; a Moncullo, vicino al torrente, si scava un pozzo del diametro di tre metri, in pietrame a secco. Il sollevamento è fatto con la noria, a trazione animale (cammello o zebù), mentre una tubazione in ghisa da 200 mm. porta 200 m.c. d’acqua giornalieri ad una cisterna a Taulud, a circa 7 km. di distanza. Siamo nel 1886 e inizia la costruzione della ferrovia con scartamento di 95 cm., con pendenza, nel tratto Ghinda – Asmara, del 35‰ e con curve del raggio minimo di 70 mt.
Nel 1904 la linea giunge fino a Ghinda e nel 1911 viene inaugurato il tratto Ghinda – Asmara, completando così quella che all’epoca era la seconda ferrovia al mondo per l’arditezza del tracciato, per i suoi splendidi ponti, per le lunghe gallerie e per l’enorme dislivello di 2.400 metri superato in soli 120 km, spettacolo incantevole per i viaggiatori che potevano godere il continuo variare del panorama, dal bassopiano, alle pendici, alle imponenti vette e ai tavolati dell’altopiano. Successivamente la ferrovia fu fatta proseguire per Cheren (1922), Agordat e Biscia (1929), per ulteriori complessivi 231 km.
Con l’occupazione inglese il tratto Agordat – Biscia fu smantellato e servì per unire Tessenei a Cassala.
Il resto della strada ferrata è andato in sfacelo nei trent’anni della guerra di liberazione. Oggi è stato ripristinato il tratto Massaua – Ghinda.
Massaua è stata capitale del territorio dal 1885 al 1900.
Negli anni della nostra impresa coloniale era negus neghesti, cioè imperatore, Giovanni IV, il quale si serviva di Alula, un guerriero del Tembien.
Alula per conto del suo imperatore combatte e cattura un principe dell’altopiano che teneva corte a Debaroà, a 36 km. da Asmara, principato indipendente.
Giovanni IV (Johannes) nomina Alula ras e gli conferisce il governo dell’Hamasien, con trasferimento della corte da Debaroà all’Asmara, su una collinetta dove oggi sorgono due grossi serbatoi dell’acqua e che ancora conserva il nome di Tucul di Ras Alula.
Da tale posizione elevata si dominavano facilmente le carovane che scendevano a Massaua o dal mare salivano all’altopiano. La notizia della presa di Saati induce Ras Alula a scendere nel bassopiano e a porre l’assedio al forte nel vano tentativo di conquistarlo.
All’assediato fortino viene mandato in soccorso il tenente colonnello De Cristoforis con 500 uomini e due mitragliatrici, ma il manipolo è circondato, la divisa bianca dei soldati è un ottimo bersaglio e in poche ore si compie la tragedia (26/1/1887). I superstiti furono 83. In Italia l’indignazione si levò unanime contro il governo e sorsero monumenti e piazze dei Cinquecento.
Alle 7.30 del 22 febbraio entrò in rada a Napoli il “Gottardo” con quarantacinque dei feriti di Dogali:  trecentomila napoletani, da Toledo sino all’ospedale militare, si scoprirono il capo al passaggio delle dieci ambulanze, mentre migliaia di tricolori sventolavano dalle finestre e dalle mani della folla commossa.
I fatti di Dogali però non insegnarono niente: la stessa impreparazione nove anni più tardi costò ad Adua venti volte più cara.
Al Saletta subentra il generale Baldissera, che decide l’occupazione del piccolo villaggio di Asmara. La colonna del capitano Di Majo parte da Massaua con duemila ascari e lungo il tragitto se ne aggiungono mano a mano, di villaggio in villaggio, altri quattromila. Il clero copto si precipita a fare atto di ossequio.
 Il Baldissera emana un proclama che sorprende la gente abituata ad essere depredata da ogni nuovo conquistatore. Dice il bando:
“Coltiva, o coltivatore. Commercia, o commerciante. Non temere. Chi governa è il governo d’Italia. Io sono venuto per arricchire e governare il paese, non per distruggere. Questo dice il generale che rappresenta il governo d’Italia nell’Hamasien.”
Le genti dell’altopiano furono liete del cambio della guardia, e lo rimasero per sempre. E’ il 3 agosto 1889. Due anni dopo, nel 1891, a conferma di questo diffuso sentimento di apprezzamento, Mohamed Arei, Capo degli Ali Bachit, indirizza all’ottimo governatore civile della colonia, Ferdinando Martini, queste parole:
“Purtroppo noi siamo incapaci di governarci da noi. Abbiamo provato gli Abissini, gli Egiziani: li vediamo con terrore; solamente da che siete qui voi italiani siamo sicuri che il nostro gregge è nostro, che la nostra donna è nostra.”
Il 1° gennaio 1890 l’allora governo Crispi decreta che i territori tra Massaua ed Asmara siano dichiarati ufficialmente la “Colonia Eritrea” e che le varie etnie con differenze di religioni, lingue, usi e costumi diventino il popolo eritreo. Il nome Eritrea viene preso dall’antico e biblico mare “aeritreum”, il mar Rosso, così definito da Greci e Romani.
Il Baldissera nel settembre dello stesso anno porta i confini al Mareb e Asmara diventa capitale.
L’Etiopia di allora non era uno stato unito: Menelik governava nello Scioa, ras Teklai Haimanot a Gondar, altri  personaggi di un certo peso politico erano in una situazione di parziale vassallaggio nei confronti di Giovanni IV ma complottavano continuamente contro di lui e l’imperatore dovette combatterli  e sottometterli più volte. Menelik faceva atto di sottomissione – l’abiet, cioè il perdono – andando ad inchinarsi con una pietra sul collo; Giovanni IV, ieratico e cristiano, perdonava. Quando ras Alula attaccò Saati, con la tragica conseguenza dell’episodio di Dogali, lo fece ad insaputa dell’imperatore. Dovendo poi scegliere tra gli Italiani arrivati ai suoi confini e i Dervisci che premevano dal Sudan, cristiano com’era decise di attaccare questi ultimi, rimanendo colpito al petto nella battaglia di Metemma e condannando l’esercito alla disfatta. Menelik ne approfittò immediatamente per dichiararsi re dei re e, da abile uomo politico qual era, tramite ras Maconnen di Harar si mise in buoni rapporti con l’Italia e chiese, ed ottenne, armi e munizioni per i suoi guerrieri che fino ad allora avevano combattuto con le lance, facendo, così, del suo esercito il meglio armato della zona.
Giovanni IV aveva lasciato come suo successore un figlio illegittimo, ras Mangascià, re del Tigré.
A Baldissera succede nel dicembre 1889 il novarese Baldassarre Orero, da poco generale. Appena giunto, parte dai confini e occupa Adua, mandando Toselli sotto Macallè e l’Amba Alagi. Intanto il Trattato di Uccialli stipulato tra Menelik e l’Italia cominciava a mostrare le sue crepe. Menelik tra il 1890 e il 1893 si serve dell’Italia per avere armi e munizioni e fiaccare il ribelle Mangascià che flirtava con il generale Gandolfi, nuovo governatore della Colonia.. Una volta in possesso di armi e munizioni, rompe il trattato e ordina che per le piazze di Addis Abeba, Harar e Gondar i banditori urlino la formula antichissima “Ketal sarawit! Meta negarit!” – “Riunite i soldati! Battete i tamburi!” – al cui ordine da tutti gli angoli dell’impero i piccoli capi, con le loro donne e i loro schiavi, si uniscono agli incroci delle piste con i grandi capi giunti anch’essi con il seguito di servi, mogli, figli e quadrupedi da soma e da cavalcare. E’ il 27 settembre, giorno del Mascal, festa della croce, e un intero popolo è diretto alla guerra.
Gli Italiani residenti in Etiopia vengono espulsi; 103 anni più tardi la stessa sorte toccherà agli Eritrei: la storia traccia per i due popoli un destino comune.
Sull’Amba Alagi il maggiore Toselli e le sue tre compagnie di ascari, in tutto 2690 uomini, difendono il passo. La sera prima dell’attacco di ras Makonnen con i suoi 60.000 guerrieri, il Toselli disse al suo aiutante, maggiore Bodrero: “Domani il 4° battaglione scriverà una pagina immortale nella storia, me lo hanno detto le stelle”. Erano a quota 3.400 metri e le stelle erano ben visibili. Il giorno dopo muore Toselli, muoiono 1.500 ascari, 20 soldati e graduati italiani, 18 ufficiali. Il tutto in sole sei ore. Ma la figura di Toselli giganteggia e per decenni verrà menzionata in ogni canto popolare abissino.
Dopo Alagi l’esercito etiopico si dirige su Macallè e Adigrat; il 7 gennaio il forte di Macallè, comandato dal maggiore Giuseppe Galliano, viene assalito ripetutamente, ma ogni assalto è respinto con gravi perdite per gli etiopici che chiedono una tregua di due giorni per celebrare il “teskat”, la cerimonia funebre. L’acqua, già precedentemente razionata, viene a mancare totalmente nel forte. Tra il Galliano e ras Makonnen c’è uno scambio di messaggi, così come già avvenne sull’Amba Alagi tra Toselli e lo steso ras. Presente all’assedio c’è un bresciano, Pietro Felter, amico di ras Makonnen. Menelik lo manda ad Adigrat per trattare lo sgombero del fortino. In due giorni di cavallo il Felter va e torna portando l’autorizzazione del Barattieri, il generale al comando delle truppe, che a sua volta l’aveva richiesta a Roma. Dopo 15 giorni di resistenza Galliano e i suoi uomini lasciano il forte e ricevono l’onore delle armi.  Guglielmo II decreta la croce di ferro al valore per Galliano, prima decorazione tedesca sul campo ad un ufficiale italiano, mentre anche in Francia si espongono i ritratti del generale italiano nei negozi parigini e c’è grande commozione. Con la resa del forte di Macallè dovevano iniziare le trattative di pace, ma questo non avvenne e un mese dopo si consuma la tragedia di Adua nonostante fosse stato pianificato tra il 15 dicembre 1885 e l’anno successivo l’arrivo di un massiccio contingente di rinforzi: 46 battaglioni di fanteria con batterie e quadrupedi. Una serie di errori, frizioni e incomprensioni tra i generali trasformano, il 1° marzo 1896, una quasi vittoria in una grave sconfitta. Lo stesso Menelik ne è sorpreso: era in procinto di riprendere la via del ritorno per l’approssimarsi della stagione delle grandi piogge.
Su Adua si sono scritti volumi e volumi. Menelik, dietro richiesta di Mangascià ras del Tigrè, acconsente ad un gesto di barbarie: agli ascari caduti prigionieri vengono tagliati la mano destra e il piede sinistro e molti di essi muoiono per le infezioni e le febbri. Un centinaio di questi mutilati riesce a percorrere 100 chilometri a piedi, o meglio su un piede solo, e a mettersi in salvo in Eritrea.
A trenta soldati italiani feriti i Galla applicarono la loro usanza dell’evirazione. Tutti i prigionieri furono percossi ed ognuno di essi fu legato ad un mulo e costretto a percorrere a piedi i 20 chilometri che li speravano da Adua, dove giunsero assetati e affamati e furono subito contesi tra i guerrieri Scioani, che li denudavano e li consideravano loro proprietà.
Dopo qualche giorno, terminata l’eccitazione per la vittoria, gli Scioani ripartono per Addis Abeba, dove giungono quattro mesi più tardi. Lì i prigionieri italiani, a suon di pugni e invettive, riescono a farsi rispettare e molti di essi entrano in amicizia con i vari signorotti locali. Quando arrivano i primi aiuti finanziari dall’Italia, gli Etiopici, pur rimanendo fieri della loro vittoria, imparano a conoscere un’Italia ricca e generosa che aiuta i propri figli così provati e lontani.
Le perdite della battaglia di Adua sono molto gravi: sul campo i morti furono 3.400, 40 prigionieri italiani furono fucilati la sera stessa, cessata la battaglia, e un centinaio morirono in prigionia. Gli ascari ebbero un migliaio di morti e in 400 subirono la mutilazione.
Il 26 ottobre ad Addis Abeba viene firmato il trattato di pace.
Dopo Adua, Menelik in dieci anni ampia l’intero impero; attorno a lui ruotano i suoi parenti e quelli della moglie, la volitiva Taitù, e inizia la corsa alla successione. Alla morte dell’imperatore riceve la carica Ligg Jasù, ma, come spesso succede alla corte di Addis Abeba, muore avvelenato. A lui succede una ragazza minorenne, Zeuditù, che ha accanto il reggente ras Taparì, figlio di Makonnen e futuro Hailé Selassié, primo monarca etiopico a visitare l’Europea: nel 1924 è a Parigi, Londra, Berlino e Roma, dove firma un trattato di amicizia ventennale. I vari ras non vedono di buon occhio tale trattato e tentano di rovesciare il potere con il primo di una lunga serie di colpi di stato, tutti vanificati dall’astuto negus che cadrà soltanto quando il Derg consegnerà il potere nelle mani di Hailé Mariam Menghistu, il “negus rosso”. Menghistu fa assassinare Hailé Selassié  e lo seppellisce sotto la sua scrivania per evitare che le spoglie mortali siano meta di un pellegrinaggio popolare.
Ma negli anni ’30 Hailé Selassié è saldamente al potere mentre l’Europa assiste all’avvento di Hitler, al riarmo della Germania, all’uccisione del cancelliere austriaco Dollfuss, protetto da Mussolini.
Il 5 dicembre 1934 ai confini con la Somalia avvengono gli incidenti dei pozzi di Ual-Ual e, reali o voluti che siano, danno lo spunto per la guerra all’Etiopia. La divisione “Gavinana” in Toscana era pronta per andare al campo d’arma invernale; tutto si blocca, radio fante dà notizia che si parte per l’Africa Orientale.
Il 3 ottobre 1935, alle 5.30, i carri armati passano sul ponte gettato nottetempo sul Mareb, preceduti dalla banda del Seraé, i velocissimi ascari, comandati dall’ufficale Mario Morgantini. Si riapre la strada per Adua, si percorrono le piste che quarant’anni prima i padri dei soldati in marcia avevano calpestato con sacrifici ed eroismo. La resistenza è sporadica e il primo caduto è proprio il Morgantini.  Il 6 ottobre alle 9.30 Adua è occupata, il 15 Axum la città santa, il 10 Adigrat. Il 5 novembre avviene il primo grosso scontro, seguito da una seconda battaglia e dall’occupazione l’8 novembre di Macallè. Al gen. Emilio De Bono subentra il maresciallo Badoglio.
Le battaglie più importanti di questa guerra sono:

Intanto il ministro etiopico Affework, sposato con una ragazza della buona società torinese, è a Roma fino ad ottobre per trattare segretamente. Rientrando in Addis Abeba mette tutto se stesso per portare ad una conciliazione i due paesi che amava di più: l’Italia e l’Etiopia. Tutto risulta però inutile e l’esercito italiano occupa l’Amba Alagi il 28 febbraio e Sardò in Dancalia l’8 marzo.
Il 31 marzo alla battaglia di Mai Ceu è presente Hailé Selassié con la sua guardia imperiale, la battaglia dello Sciré apre la strada per Addis Abeba. A tale battaglia partecipano le divisioni “Pusteria”, “Sabaudia”, “Assietta” e due divisioni eritree. Gli alpini  dei battaglioni “Intra”, “Pieve di Teco” e “Feltre” subiscono notevoli perdite soprattutto fra gli ufficiali. Il 10° battaglione eritreo argina quattro attacchi alla baionetta, perde quasi tutti gli ufficiali e il superstite Raffaello Tarantini ne assume il comando e telegrafa: “Qui combattono i feriti, tra poco saremo tutti morti, ma anche i morti spareranno”. Al tramonto l’imperatore interrompe la battaglia: è la fine, i Galla sono pronti a depredare ed uccidere i superstiti. Hailé Selassié, seguendo i consigli interessati degli Inglesi che come sempre tengono da parte gli sconfitti che potranno servire un’altra volta, parte con il treno per Gibuti, sbarca a Port Said e va in pellegrinaggio a Gerusalemme per pregare e per curare i suoi interessi personali.
La colonna Badoglio si inerpica su per il Termaber,  che porta all’altopiano di Addis Abeba, trascinando a cordate i camion e mangiando gallette e scatolette fino all’esaurimento delle scorte.
Addis Abeba è nel caos, guerrieri sbandati sparano e saccheggiano, mentre alcuni prigionieri italiani liberatisi da soli vanno a difendere le legazioni straniere. Come sempre i primi ad arrivare sono gli ascari con i loro ufficiali, seguono poi bersaglieri, alpini, granatieri, camicie nere, finanzieri e marinai del San Marco. Sfilano davanti alla tribuna in cui sono raccolte le legazioni straniere e scambiano saluti freddi e stizzosi. Davanti alla legazione inglese la truppa saluta a suon di pernacchie. E’ il 5 maggio 1936, il tricolore sventola sul pennone dell’antico ghebbì imperiale. Il 1° aprile era stata occupata Gondar. Dalla Somalia il maresciallo Graziani avanza con la divisione “Peloritana”, i dubat somali e la divisione “Libia” composta da volontari libici.
I soldati italiani sono vestiti in grigioverde, zaino e scarponi. Graziani, dato il clima, impone loro di andare in pantaloncini e maglietta. Occupate Neghelli, Harar e Dire Daua, il 9 maggio le due armate nord e sud si incontrano.
Inizia la stagione delle piogge in un paese con sole piste: le prime strade  gli operai italiani le stavano facendo a partire dal confine del Mareb in direzione di Dessié – Addis Abeba e lungo le direttrici Assab – Combolcià – Dessié  e  Tacazze – Gondar, quelle stesse strade che nonostante anni di incuria e mancata manutenzione sono ancora oggi le arterie più importanti dell’Etiopia.
Addis Abeba è immensa e isolata, le strade sono fangose e come aveva detto Crispi quarant’anni prima “nelle guerre coloniali le difficoltà vengono dopo”.
Conscio di tutto questo, il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio torna in patria per le prebende e gli onori e viene nominato duca di Addis Abeba, titolo cui teneva moltissimo e che voleva gli fosse riconosciuto persino alla fine della guerra, quando si instaurò la nuova repubblica italiana.
La difficile situazione passa nelle mani del nuovo viceré Rodolfo Graziani, ma con la conquista di Addis Abeba arriva anche un fiume di denaro di cui beneficiarono persino gli strati più infimi della popolazione etiopica: si costruiva, si facevano strade, ponti, acquedotti e linee elettriche in un territorio rimasto ad una situazione grosso modo medievale. Gli Etiopici si stavano italianizzando ma anche gli Italiani si stavano etiopizzando.
Il 19 febbraio 1937 Graziani, mentre distribuiva due talleri a testa a duemila giovani mendicanti etiopici, fu vittima di un grave attentato: due bombe a mano furono gettate sul palco e ferirono il viceré, scatenando una caccia ai rivoltosi che fu tra le peggiori pagine della storia coloniale italiana. Nonostante questo Graziani fu ricordato a lungo, e stesso riconoscimento ebbe il duca Amedeo d’Aosta, succeduto a Graziani e fautore di un nuovo corso nel governo di Addis Abeba: inizia la collaborazione con la popolazione, gli italiani giunti in abiti civili e i congedati lavorano fianco a fianco, si costruiscono ospedali e scuole, si ara e si semina, alcune gravi malattie endemiche scompaiono assieme alla fame, alla secolare piaga delle razzie e alla politica medievale dei ras. Amedeo fu saggio, umano, intelligente e pienamente convinto della necessità di sostenere l’integrazione tra i due popoli. Ma i tempi non erano certo opportuni e di lì a poco sarebbero arrivate le leggi razziali e la seconda guerra mondiale.
L’Italia non è ancora in guerra quando gli Inglesi mandano ai confini etiopici il brigadiere Stanford per organizzare e coordinare la guerriglia, ripescando dal cassetto il vinto Hailé Selassié.
La storia della guerra mondiale è storia recente. Il 10 giugno Mussolini legge la dichiarazione di guerra, la mattina alle otto del giorno seguente l’aeroporto di Asmara è bombardato da una formazione inglese partita da Aden e l’allarme suona solo dopo che le bombe sono state sganciate. Le scuole vengono chiuse e arrivano i primi sfollati da Massaua, donne e bambini. Iniziano i primi bombardamenti notturni e la vita si sposta nei rifugi e negli scantinati. Le truppe italiane conquistano Cassala e il Somaliland; segue poi un periodo di relativa tranquillità durante il quale dal Mar Rosso transitano i convogli con i rifornimenti e le truppe che arrivano dall’India, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda per il fronte libico-egiziano. Gli Inglesi arrivano a Bardia e Tobruk, l’armata italiana si ritira e cominciano gli spostamenti di truppe britanniche nel Sudan. In breve gli Italiani lasciano Cassala, Tessenei, Barentù e Agordat e gli Inglesi arrivano fino sotto le montagne di Cheren. Il generale Carmineo prepara la difesa; granatieri, bersaglieri, fanti, militi, alpini e ascari diedero prova di grande coraggio e spirito di sacrificio dal 2 febbraio al 27 marzo del 1941. Colpito a morte, cade il generale Lorenzini, “l’ambesà di Cheren”. Fu la battaglia più importante di tutta la guerra: Cheren cadde ventiquattro ore prima che la Vª divisione indiana fosse richiamata in Egitto, mentre in Libia era arrivato Rommel.
Il 1° aprile gli Inglesi entrano all’Asmara: il vescovo mons. Marinoni  all’alba dello stesso giorno aveva incontrato il generale Platt e gli aveva consegnato le chiavi della città. Le strade rimangono deserte, nessuno, né italiano, né eritreo, vuole assistere all’occupazione. L’amministrazione militare  britannica requisisce abitazioni per i suoi ufficiali e imprigiona nel forte Baldissera tutti gli uomini, anche borghesi, ritenuti in grado di combattere. Il coprifuoco dura dalle 17 alle 6.30 del mattino successivo. L’ultima roccaforte a cadere fu Gondar, al comando del generale Nasi. Il Duca d’Aosta si ritirò sull’Amba Alagi e, quando si arrese, ebbe insieme ai suoi soldati l’onore delle armi. Fu fatto prigioniero e gli fu data la possibilità di essere rimpatriato, ma preferì seguire i suoi soldati ai campi di prigionia in Kenya, dove morì nel 1942.
In dieci anni di amministrazione militare gli Inglesi portano via tutto ciò che era asportabile, aiutano Hailé Selassié, tornato sul trono il 5 maggio del 1941, a soffocare la rivolta nel Tigrai, pianificano la divisione dell’Eritrea tra l’altopiano con Massaua ed Assab destinato all’Etiopia e il bassopiano occidentale destinato al Sudan anglo-egiziano.
L’Eritrea rimane tagliata fuori dal mondo e, a dispetto di questo, Italiani ed Eritrei riescono a mettere in piedi con i residuati di guerra la Mostra delle attività Produttrici dell’Eritrea (M.A.P.E.), inaugurata il 20 dicembre del 1943. L’amministrazione inglese rimane meravigliata dall’inventiva e dall’ingegnosità italo-eritrea.

In questi anni la produzione agricola è notevole: gli ortaggi superano il fabbisogno locale e vengono esportati, e similmente accade per le banane, con produzione di 2.000 tonellate di cui 1.500 destinate all’esportazione; gli agrumi, introdotti dai primi coloni siciliani e calabresi, hanno una produzione di 240-250 tonnellate; vengono inoltre coltivate numerose varietà di frutta: uva, pesche, mele, pere, fichi, susine, albicocche e frutta tropicale, papaie, mangus, psidium (zaitun), annoni, casimiri. La coltivazione del caffè, introdotta dagli Italiani, è sufficiente per il consumo interno. Si coltiva inoltre il tabacco, il lino, il neuk, il ricino, l’arachide e il sesamo. Nel 1948 la produzione arriva a ql. 22.000. Notevole la coltivazione del cotone: nel 1949 si esportano kg. 137.000. Si utilizza il frutto della palma dum per ottenere bottoni e mangimi, si lavora la sanseviera per fare corde. Questo tipo di coltura si diffuse nel vicino Tigrai, che copiò sistemi e generi.
In questo periodo il patrimonio zootecnico era notevole: nel 1947 la produzione del latte è alta, con  32 caseifici e due centrali del latte che producevano anche yoghurt, mentre una sessantina di porcilaie davano lavoro a sei salumifici. Sempre in questi anni l’apicoltura si sviluppa talmente da arrivare ad una produzione di 100 quintali annui.
Il 14 maggio 1943 la guerra in Africa è finita, sono passati 35 mesi, gli Inglesi sono a Tunisi. L’Africa è costata all’Italia più di centomila morti e mezzo milione di prigionieri.
Tra il 1944 e il 1948 dall’Eritrea partono per l’Arabia Saudita, ingaggiati dalla compagnia petrolifera americana A.R.A.M.CO., oltre 4.500 Italiani, apprezzati per le notevoli capacità di lavoro. Sono essi che inviano alle famiglie rimaste all’Asmara i denari per continuare a vivere.
Nel 1945, a Dahran, sempre nella penisola arabica, da parte del genio militare americano iniziano i lavori per la costruzione dell’aeroporto, e dall’Eritrea partono un migliaio di lavoratori italiani. Tutta questa gente lavora in luoghi desertici, con clima ingrato, temperature torride e alloggiata semplicemente nelle tende. La compagnia petrolifera e il comando americano riconoscono la capacità e lo spirito di adattamento di tutti questi lavoratori.
Terminata la seconda guerra mondiale, firmata la pace, l’Italia rinuncia alle sue colonie. In Eritrea la presenza della numerosa collettività italiana infastidisce sia l’Inghilterra, sia l’imperatore Hailé Selassié.
Nel 1947 arriva in Eritrea la Commissione dei quattro grandi, composta da rappresentanti dell’America, dell’Inghilterra, della Francia e della Russia. Gli Eritrei sono chiamati ad esprimere le proprie aspirazioni: è un plebiscito con cui il popolo eritreo mostra ai rappresentanti la propria volontà di indipendenza e il proprio desiderio di essere provvisoriamente amministrati dall’Italia.
La Commissione non vede, non sente e riparte. Nascono una mezza dozzina di partiti, uno solo dei quali per l’unione pura e semplice con l’Etiopia, tutti gli altri fautori dell’indipendenza. Da oltre frontiera arrivano bande di “scifta” che iniziano la loro azione di terrore e di uccisioni, di distruzione e di saccheggi: 150 Eritrei vengono assassinati, stessa sorte tocca a 47 Italiani.
Le bande, una volta compiuti i loro misfatti, trovano rifugio in Etiopia, la polizia inglese inesplicabilmente arriva sempre in ritardo e gli autori delle scorribande possono mettersi al sicuro.
Queste azioni miravano, tra l’altro, a creare disaccordo tra Italiani ed Eritrei, ma questo non avvenne perché l’amicizia, la fraternità, i disagi comuni subiti durante la guerra e il senso di civiltà prevalsero tra i due popoli, come già avvenne nel lontano 1941, quando, all’indomani dell’occupazione inglese, non ci furono né ritorsioni, né vendette, né saccheggi.
Fallita la prima missione della delegazione ONU, se ne crea un’altra i cui rappresentanti provengono dalle seguenti nazioni: Guatemala, Sud Africa, Pakistan, Birmania e Norvegia.  Guatemala e Pakistan sono per l’indipendenza, magari con una decennale amministrazione dell’ONU. Sud Africa e Birmania per la federazione con l’Etiopia, la Norvegia per l’annessione pura e semplice.
Con la risoluzione 390/V (A) del 2/12/1950 l’Assemblea delle Nazioni Unite a Lake Success decide per la federazione. Il 15 dicembre nomina Commissario per l’Eritrea il boliviano Ante Matienzo. Giunto in Eritrea, visita tutto il territorio spiegando alla popolazione il significato della formula federativa. Il progetto, elaborato da esperti internazionali, offriva garanzie a tutti gli abitanti del paese, senza distinzione di razza, cultura o religione. Tale progetto sarà poi discusso da un’Assemblea Costituente eletta direttamente ed indirettamente dal popolo eritreo tra il 25 e il 26 marzo 1952. La Federazione è in atto. All’Etiopia spettano la difesa, le dogane e la rappresentanza all’estero. E’ da questo momento che l’Eritrea viene mano a mano dimenticata. L’ONU dà una bandiera, azzurra con al centro due rami d’olivo disposti a cerchio (l’olivo una volta era una pianta diffusissima sull’altopiano). La Costituzione che il Matienzo elabora per il nuovo stato è migliore e più democratica di quella etiopica. Hailé Selassié invia immediatamente un rappresentante personale, il genero Adagarciou Messai, sistema in linea con il tradizionale nepotismo della corte imperiale. Il Messai si insedia nel palazzo del governatore e si comporta da padrone, cercando senza troppi clamori di annullare la Costituzione, insofferente del fatto che il nuovo stato ne avesse una che rispecchiava i tempi, mentre l’Etiopia risentiva ancora pesantemente di un clima medievale.
Da questo momento ha origine la guerriglia e ad accenderla sono i fieri Ben Amer, abitanti del bassopiano occidentale.
Il primo governatore eritreo è Tedlà Bairù, conosce perfettamente l’italiano e l’inglese ma presto viene in contrasto con gli Etiopici ed è costretto a dimettersi. In ogni ufficio della pubblica amministrazione eritrea, valida e perfettamente funzionante, viene posto un superiore etiopico. L’Assemblea lavora in maniera esemplare, i Municipi di Asmara, Massaua, Decamerè, Cheren, Adi Ugri adempiono a tutti i loro incarichi urbani. Asmara è un piccolo gioiello: strade, marciapiedi, e immobili sono gestiti con cura, i servizi sanitari, igienici, di sicurezza e di circolazione stradale funzionano in maniera cronometrica. Massaua è un porto sicuro ed attrezzato e a ragion veduta è chiamata la perla del Mar Rosso. L’industria, l’agricoltura, la pesca, l’artigianato e il commercio fanno dell’Eritrea lo stato più industrializzato e a più alto reddito pro capite di tutta l’Africa. Hailé Selassié porta i suoi illustri ospiti – Elisabetta II, Guglielmina d’Olanda, lo Scià di Persia, Costantino di Grecia, Nixon, i sovrani scandinavi, Tito – a visitare il gioiello dell’Impero come se ne fosse lui il realizzatore.
Al posto di Tedlà Bairù viene nominato Asfaha Woldemicael, un eritreo dell’Achele Guzzai, cattolico e fedelissimo all’Italia. Woldemicael, che era stato interprete di Graziani in Addis Abeba, con il cambiare del vento  perora ad oltranza l’unione del suo paese all’Etiopia, ricevendone infine il premio, è la lunga mano dell’imperatore. A fianco del nuovo presidente dell’Assemblea Costituente siede il cascì Dimitros, vicepresidente e anima nera di Hailé Selassié.
Nel 1965 sono soppressi i partiti politici, poco più tardi vengono aboliti i sindacati e la bandiera; l’amarico rimpiazza tigrino e arabo anche nelle scuole, mentre il Governo dell’Eritrea si trasforma in Amministrazione Eritrea.
I giovani di ambo i sessi lasciano le famiglie per aumentare le schiere della guerriglia, ma contemporaneamente aumentano i contingenti militari etiopici inviati per stroncarla; si radunano le popolazioni nei centri più grossi  per isolare gli “sciabia”, si bombarda, si bruciano villaggi, si uccide in massa e nessuna voce si alza per condannare il genocidio. Hailé Selassié, l’apparente democratico, il vessillifero dell’indipendenza dei popoli d’Africa, è di moda, ad ogni piè sospinto alza lo scudo dell’aggressione fascista alla sua indipendente Etiopia ma nega l’autodeterminazione all’Eritrea. Nel 1959 al Masai subentra un generale etiopico, Abiye Abebe, che smantella l’autonomia e frappone mille ostacoli alle attività eritree, incoraggiandone il trasferimento in Addis Abeba.
La guerriglia nel frattempo si organizza in due movimenti: nel 1958 nasce l’ M. L. E. (Movimento Liberazione Eritrea), nel 1961 l’ F. L. E. (Fronte Liberazione Eritrea), di cui è capo Idris Mohamed Adem, ex presidente dell’Assemblea. Il 12 settembre 1959 il generale Abiye va ad Agordat per parlare alla popolazione e fare sfilare i suoi soldati; una bomba viene gettata contro il palco, l’Abiye è ferito e ne segue una rappresaglia.
Da tempo  nell’aria c’è sentore di sopprimere la Federazione e nel 1962 i deputati a turno disertano l’aula, impedendo il raggiungimento del quorum.
Il 12 novembre la polizia etiopica va a scovare casa per casa, negli ospedali, nelle cliniche, i deputati che si erano dati ammalati; tutti sono portati nella sala dell’Assemblea, il cascì Dimitros presenta leggi al di fuori di ogni sospetto, si discute, si fanno aggiunte ed emendamenti, si rimandano le sedute finché il 14 dicembre del 1962, che rimarrà il giorno più nero nella storia dell’Eritrea, alle ore 13 il presidente Asfaha Woldemicael fa entrare la polizia in aula. Sono stati invitati personaggi civili e religiosi, si chiudono le porte, Asfaha legge una petizione all’Imperatore, da parte dell’Assemblea a nome di tutto il popolo eritreo, per abolire la Federazione ed unire, sic et simpliciter, l’Eritrea alla madre patria Etiopia. I poliziotti applaudono, il Dimitros dichiara chiusa  l’Assemblea e sciolta, i deputati sono increduli: non c’è stata nemmeno una parvenza di votazione, ad Addis Abeba la sera stessa sono convocati in fretta e furia Senato e Camera che ratificano il fatto, l’Eritrea diventa la 14ª provincia dell’impero etiopico. Le cancellerie estere presenti ad Addis Abeba e le Nazioni Unite garanti tacciono. E’ l’inizio della fine di Hailé Selassié, abile uomo politico che ha sempre potuto destreggiarsi tra l’Occidente e l’Oriente vestendo l’abito della vittima e mungendo a piene mani a destra e sinistra.
Il leader della libertà dei popoli africani, forse accecato da questo, forse per l’età, non si è reso conto che i tempi sono cambiati e che, se invece di tramare per l’annessione avesse concesso alle varie regioni dell’impero più autonomia, più libertà amministrativa e politica, creando uno stato federale con simbolicamente lui a capo, la storia dell’Eritrea e dell’Etiopia oggi sarebbe diversa e una generazione di Eritrei non sarebbero oggi ricordati come Eroi ma costruttori del loro paese.
Il 19 gennaio 1963 il negus è in Eritrea ad esternare la sua riconoscenza a Dio per aver riavuto in grembo la figlia perduta che figlia non fu mai. Con l’annessione l’Eritrea scompare dai circuiti internazionali, non è più la nota colonia primogenita dell’Italia monarchica o fascista che fosse, non è l’Eritrea dell’Amministrazione Militare Britannica, non è uno Stato, federato sì, ma con una propria bandiera, un’Assemblea, un governo; è diventata una sconosciuta provincia dell’immenso impero a cui gli Etiopi, per giunta, pensavano forse di ridare il nome di “Mareb Mellasc” – “al di qua del Mareb” – alla terra che non fu mai loro, ma gli “sciabia” nella loro trentennale lotta si sono chiamati sempre orgogliosamente  eritrei.
Ancora però non è l’ultimo colpo per l’Eritrea: quello che non fecero gli Inglesi lo fecero gli Etiopici, ma il peggio doveva ancora venire.  Il 12 settembre del 1974 l’esercito che Hailé Selassié aveva rimodernato, blandito e lusingato fa un colpo di stato: 108 militari creano il DERG (Comitato Militare amministrativo provvisorio) e non c’è cosa peggiore del provvisorio che tale non è. A capo di questo comitato viene nominato un generale di origine eritrea, Amman Andom, eroe della guerra sia in Corea che in Somalia; la massima carica dello stato viene lasciata nominalmente al negus, illudendo piazza e clero. Il generale Amman fa la sua prima visita in Eritrea, assicura agli Eritrei e alle varie comunità straniere che il paese avrà più autonomia, più indipendenza e più libertà, contatta i fronti di liberazione e lascia intravedere l’intenzione di orientarsi verso una federazione delle varie province.
Ritornato ad Addis Abeba, nella notte tra il 22 e il 23 novembre viene eliminato con un bombardamento della villa in cui viveva; con lui muore quel barlume di speranza di trovare una soluzione al problema eritreo. Poco dopo 59 persone, accusate di essere legate al vecchio regime, vengono fucilate e a capo del DERG viene nominato colui che in seguito sarà chiamato il Negus Rosso per le sue efferatezze e per la politica staliniana – maoista.
Si tratta di Hailé Mariam Menghistu ironia dei nomi, Hailémariam significa il forte di Maria, il favorito di Maria, intendendo per Maria la Madonna. Questo oscuro militare figlio di una dama di corte e di un soldato analfabeta, con la protezione di uno zio materno che è ministro riesce a frequentare la scuola militare di Holettà – presso Addia Abeba – poi per ben due volte è a Fort Leavenworth in Kansas, Stati Uniti, dove completa l’addestramento. E’ molto scuro di pelle, si atteggia a baria (schiavo), in tre anni elimina i suoi rivali, nel 1975 sovietizza tutto, banche, assicurazioni, industrie, la proprietà immobiliare e quella fondiaria. Il potente clero copto si trova da un giorno all’altro senza le sue immense estensioni di terra. Nell’aprile del ’77 rompe le relazioni con gli Stati Uniti che avevano aiutato e sostenuto l’imperatore: arrivano i consiglieri russi, i militari cubani e tedeschi dell’est -  15.000 soldati armati di tutto punto -  e riprende la controffensiva contro gli indipendentisti eritrei  che avevano liberato tutto il territorio tranne Massaua e Asmara. . Mosca è soddisfatta e spinge per la creazione del “Partito”, quello dei lavoratori che si riconosce nella rivoluzione d’Ottobre dei Sovietici; iniziano i rapporti con tutti i partiti comunisti del mondo, compreso quello italiano. In Etiopia si sono formati due raggruppamenti, uno amahara e l’altro oromo (galla) che, se sono uniti ideologicamente, non lo sono affatto sulla questione eritrea; il Menghistu ne approfitta e uno alla volta ne elimina i capi. Ad Addis Abeba le tristemente famose Peugeot bianche prelevavano gli oppositori o presunti tali, che, considerati “nemici del popolo”, una volta sul furgone ricevevano il trattamento del nodo a farfalla con una cordicella di nylon o con del filo di ferro: in sedici mesi, tra il ’77 e il giugno ’78, nella sola capitale vengono strozzate  diecimila persone, poi ritrovate, a regime caduto, in alcune fosse comuni.
All’Asmara invece funzionano i furgoni Wolkswagen beige per coloro che non hanno la fortuna di finire al campo di concentramento di Adi Quala. La guerra di Menghistu ai guerriglieri eritrei costò più di ottantamila morti, nelle campagne i soldati etiopici razziano o uccidono il bestiame, disboscano, installano mine antiuomo, violentano le donne che trovano nei campi. L’Eritrea per fortuna non subisce il trasferimento massiccio della popolazione come era in progetto con l’operazione Tana Beles, finanziata dalla cooperazione italiana.
Le popolazioni di confine si rifugiano nel Sudan, gli aiuti comunitari che arrivano sono posti sotto il controllo di una commissione del Partito, le carestie vengono sfruttate per il trasferimento coatto di due milioni e mezzo di persone nell’Uollo, sottratte così al circuito degli aiuti internazionali, una marea di aiuti arriva da tutto il mondo, le rock star – Bob Geldoff, Michael Jackson – impreziosiscono la loro immagine con i concerti di solidarietà e i loro agenti americani aumentano in proporzione i guadagni (ma quanti sono oggi i teen-ager che ricordano quel dramma?).
Nel 1988 in Russia c’è il cambio della guardia e inizia il tramonto della stella rossa di Menghistu, ai primi del 1990 partono i consiglieri Russi e in Europa cade il muro di Berlino. I guerriglieri eritrei occupano Massaua, dal mare i Russi la bombardano e gli aerei che decollano da Asmara completano l’opera dal cielo. Gravi sono le perdite, ma alla fine la perla del Mar Rosso, pur in rovina, è liberata. Menghistu ordina la mobilitazione generale, si chiudono le scuole e si arruolano i quindicenni, ma ormai  i fronti di liberazione hanno la vittoria in pugno: Asmara è liberata il 24 maggio e i guerriglieri tigrini, con l’aiuto di quelli eritrei, occupano Addis Abeba.
Il 21 maggio 1991 Menghistu vola verso il suo esilio dorato, lo Zimbabwe; quando nel 1994 il tribunale di Addis Abeba richiede la comparsa del responsabile del Terrore Rosso, Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, rifiuta l’estradizione; sintomatico un articolo dei giornalisti tedeschi orientali che scrissero in onore di Menghistu al suo apogeo sull’Ethiopian Herald in Addis Abeba “Liquideremo l’eredità satanica del passato e manterremo la natura sotto il nostro controllo”.
I trent’anni di lotta del popolo eritreo, tra l’indifferenza del mondo, è storia recente, storia non ancora tutta scritta ma da scrivere e riscrivere.
Sono passati appena nove anni da quando l’Eritrea, per merito dei suoi eroi e con il voto unanime della sua gente, anche quella che la diaspora ha portato in ogni angolo del mondo, ha la sua libertà e allora io dico:
Vale terra Eritrea, paese delle disparità e diversità, nel paesaggio, nel clima, nel suolo, nella vegetazione. Ambe, bassopiani, aspri burroni, sconfinati orizzonti, luminosi cieli e cieli stellati, mescolanza di genti, di millenni onusta, Vale Eritrea.
Eritrei ed italiani, greci ed indiani, ebrei ed arabi, cristiani mussulmani, a fianco a fianco nel reciproco rispetto, nel lavoro hanno avuto sessant’anni di pace. Pace hanno avuto i Beni Amer, i Bileni, i Dancali, i Giaberti, i Mària, i Cunama, i Baria, gli Habab, i Saho. La felice unione tra l’iniziativa italiana e la collaborazione degli eritrei ha costruito le fondamenta dell’Eritrea in un sessantennio sereno. Vale Eritrea. Risorta e ritrovata la tua identità, prosegui il cammino con l’unione e il lavoro delle tue genti, sulla strada del progresso. Come faro illumina la via a tutte le popolazioni oltre Mareb, naviganti in procelloso mare.

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